Nel trentesimo anniversario della pubblicazione di Il Ballo di San Vito (1996), Vinicio Capossela porta a Monforte in Jazz un concerto speciale che ne ripercorre l’esecuzione integrale.
«Più che un disco, Il Ballo di San Vito è stato una vicenda» spiega il cantautore.
Una storia nata tra le città e le statali fangose della pianura, sospinti nel paese come in un grande flipper, in cui Torino è uno degli special di maggior punteggio. Quel lavoro deve molto alla Mole: tra i suoi protagonisti Davide Graziano alla batteria, Carlo Rossi al mixer, Cato Senatore alla chitarra, con la presenza vigile di Renato Striglia, diavolo custode e compagno di viaggio di quell’avventura.
Non è solo un anniversario: è piuttosto un’occasione per rimettere in circolo quelle canzoni, come si riapre una pista da ballo rimasta chiusa troppo a lungo.
La sovversione su ruote di quel disco — dopo avere attraversato guard rail, periferie dell’animo e accolite di rancorosi — finiva sulle rive del Po con “Il tanco del Murazzo”, sulla cui banchina si sollevava il grande tacchino d’oriente: una visione che avrebbe generato due anni dopo Live in Volvo e, qualche stagione più tardi, Ovunque Proteggi.
Il disco, inciso tra Bologna e altre case temporanee, vedeva la partecipazione di musicisti d'eccezione, tra cui il chitarrista Marc Ribot, qui alla sua prima collaborazione con Capossela — presenza che non è escluso possa riapparire anche in questa occasione.
Per il concerto di Monforte l’idea è quella di riportare sul palco l’intero Ballo di San Vito, lasciando poi spazio ad altri dischi che quest'anno sono toccati da anniversari importanti.
Perché Il Ballo di San Vito non è mai stato un disco da ascoltare seduti. L'infiammazione che l'ha generato costringe al movimento. Del resto, anche dopo trent'anni, il muschio non si è formato sopra il sasso.
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